Graffiti


“Vuole avere una testimonianza diretta sui profumi che usavamo noi?” Quel noi sta a intendere un gruppo a volte allargato e a volte ristretto -dipendeva dal periodo- di donne della cosiddetta “alta società”che comprendeva personaggi da sempre famosi o che si erano conquistati fama e onori con le loro straordinarie capacità. Non avevano domicilio fisso, giravano il mondo, per questo si conoscevano tutte. “Venga a trovarmi,” aveva concluso. Ora mi sorride.
“Le parlerò delle mie conoscenze di gioventù, quel periodo che va dal 1920 al 1940, che poi gli storici hanno voluto etichettare come ‘Anni ruggenti’. Non si può parlare di profumo senza parlare delle donne che lo hanno indossato, ognuna di noi usava un profumo che si addiceva alla sua personalità. Io le ho conosciute tutte, da Virginia Woolf a Greta Garbo, da Gertrude Stein a Elizabeth Arden. Sa come facevano le donne per avere le labbra rosse prima che Elizabeth cominciasse a produrre creme e rossetti? Se le mordevano. Fu lei che con l’aiuto di alcuni amici chimici cominciò a trattare lanolina, benzoino, olio di mandorle preparando creme e lozioni per pulire la pelle, ingrassarla, ringiovanirla, spianare le rughe.”

Mentre parla, gli occhi della contessa brillano. Agita le mani dalle lunghe dita, unghie curate.
“Ho conosciuto tutte le donne che contavano, in Italia e all’estero. Ha mai sentito parlare della marchesa Casati? La ricordo prima del matrimonio con il conte Camillo Casati, una ragazza di buona famiglia senza grilli per la testa o alcunché di particolare. Dopo il matrimonio Luisa -questo era il nome che le avevano imposto i genitori- si trasformò.

Si tingeva i capelli di colore arancione, accentuava il pallore cadaverico del volto in contrasto con gli occhi esageratamente dipinti di nero e passeggiava per Roma con un leopardo al guinzaglio. Nei saloni del suo palazzo i serpenti strisciavano liberamente sui pavimenti di marmo o sui mobili antichi, e in una gabbia d’oro teneva una scimmia. Quando usciva a passeggio si faceva seguire da un domestico nero “verniciato d’oro” e con un enorme cappello da cow-boy. Sua fu l’idea dei vasi di alabastro illuminati dall’interno e di grandi pezzi sfaccettati di cristallo di rocca e ambra posti davanti a una fonte luminosa, in modo che la luce nell’ambiente divenisse soffusa. Erano famosi i suoi travestimenti per i balli mascherati. Una volta si vestì da San Sebastiano con un’armatura trafitta da frecce. Ognuna di queste frecce aveva un piccolo flash che lanciava una scintilla di tanto in tanto, dando l’idea del dardo che colpiva l’armatura. Quando Luisa indossò l’armatura un corto circuito le causò uno choc tremendo e dovettero ricoverarla in ospedale. Lei andava pazza per Idylle di Coty.
“E Anita Loos? Ha mai letto il suo libro ‘Gli uomini preferiscono le bionde?’ Ne hanno fatto anche un film. “Era un esserino piccolo di statura con un gusto orrendo, non sapeva mai che cosa indossare e qualsiasi cosa mettesse addosso le cascava male. Agli inizi degli anni 1920 la farfalla uscì dal bozzolo e si rivelò nella pienezza dei suoi colori: tagliò i capelli ‘alla maschietta’ e cominciò a comperare abiti nel reparto bambini dei grandi magazzini, adattandoli poi alla sua persona.

Anita Loos – Film, biografia e liste su MUBI

Diventò una donna affascinante e ricercata nei circoli mondani. Per lei Chanel n°5 fu elemento indispensabile alla sua eleganza.”
La contessa sorride al ricordo.
“Bisogna che le parli di Reginald Fellowes. Nel nostro gruppo era la più elegante.

Reginald Daisy Fellowes

Ma non perché indossasse abiti sontuosi, anzi, il suo dogma era la semplicità. Inventò la giacca ricoperta di paillettes, tagliata come uno smoking maschile, che portò fino all’usura con un garofano verde, sempre fresco, all’occhiello. Aveva uno spiccato senso di superiorità e godeva nel mettere le altre donne in imbarazzo presentandosi con vestiti che non erano mai adatti all’occasione o all’invito che riceveva. Amava i gioielli vistosi, collane indiane, grossi gemelli d’oro, e li portava anche quando era abbigliata per la spiaggia. Una volta a un ricevimento si accorse che un’altra donna indossava il suo stesso abito guarnito con penne di struzzo. Tranquillamente, tra una conversazione e l’altra, con delle forbici tagliò il ciuffo di penne che adornavano il suo abito e le usò come ventaglio durante il ballo. Per anni indossò Shocking di Schiaparelli. La sto annoiando?”
Faccio segno di no con la testa e continuo a prendere appunti. Oramai la contessa parla a ruota libera e non voglio interrompere il flusso dei suoi pensieri.

“ E Joséphine Baker? Lei è giovane, non può averla conosciuta.” (Invece me la ricordo, oramai in tarda età che cantava con un improbabile casco di penne di struzzo in testa.)

“Era una ballerina e cantante negra, veniva da Harlem e a Parigi ballava nuda con un casco di banane intorno alla vita. Un bello scandalo per quei tempi. Divenne celebre nel 1926 con la Revue nègre e fu immediatamente la beniamina di Francia. Improvvisamente la pelle nera, le ascelle depilate e i capelli spalmati con albume d’uovo divennero di moda. Era un fenomeno della natura. Lei amava solo i profumi di Paul Poiret, che era anche il suo sarto. Poi c’era la duchessa di Penaranda che ho conosciuto sempre a Parigi. Una bellezza mediterranea. Portava quasi sempre una tunica bianca cortissima con una profonda scollatura, calze di seta color bronzo, scarpe di satin bianco con il tacco alto dieci centimetri. Aveva i capelli lisci e tirati come un torero e denti bianchissimi che facevano contrasto con la mezza dozzina di fili di perle che portava intorno al collo. Ricordo benissimo che Joséphine indossava Mitsouko di Guerlain, uno dei profumi più
femminili, diceva Helena, parlo naturalmente di Helena Rubinstein.

Helena veniva da una famiglia benestante di Cracovia. Per una delusione amorosa lasciò famiglia e casa per trasferirsi in Australia. Qui cominciò a lavorare in una farmacia, ma non le piaceva e s’impiegò come bambinaia. Il suo futuro cambiò il giorno in cui, dopo un pomeriggio passato in giardino a giocare con i bambini, con il volto arrossato per il troppo sole, si ricordò di una crema che la madre le aveva dato per proteggersi dalle scottature solari e tolse dal fondo della valigia quel vasetto. L’impiastro risultò miracoloso e ben presto Helena cominciò
a produrre la crema su vasta scala e a aprire i primi centri di bellezza. Sposò, come in una bella favola, il principe Gourielli e divenne una delle donne più ricche d’America. Aveva inventato un nuovo mestiere, quello dell’estetista. A Parigi conobbi anche Kiki de Montparnasse che lanciò la moda di truccarsi gli occhi con tre o quattro tonalità di base finché
le palpebre non si armonizzavano con i colori del vestito.

Era attrice e cantante e amica degli artisti parigini. Entrò nel mondo dell’arte per il suo nudo di schiena che Man Ray fotografò nel 1924 e che intitolò Violon d’Ingres. Nell’ambiente divenne famosa anche per l’uso che faceva dell’eye liner con il quale dipingeva i peli del pube troppo radi. Si sentiva subito quando entrava in una stanza per l’intenso profumo di Shalimar che la sua persona diffondeva.
“Conobbi un’altra attrice a Hollywood che ci faceva fare sane risate ogni volta che ci trovavamo a un cocktail: Jean Harlow.

Era allegra e spiritosa, sempre con la battuta pronta; fu lei che una sera, mentre parlava fitto fitto con Cary Grant, notandogli un rigonfiamento all’inguine pronunciò la frase divenuta poi famosa ‘Spero che non sia una pistola quella che porti in tasca’. Era figlia di un dentista e iniziò a lavorare nel cinema come angioletto biondo, quando le parti da bambina avevano molto successo tra il pubblico familiare, ma ben presto Hollyvood le confezionò un look da bionda platino fatale, un po’ volgare per la verità, ma che poteva essere facilmente imitato dalle sue ammiratrici. Non portava mai biancheria intima e i suoi vestiti di seta erano come una seconda pelle sul suo corpo. Il profumo che indossava era Joy di Patou. Jean morì giovanissima, poveretta, a solo ventisei anni, di uremia. Fu un duro colpo per tutte noi che avevamo incominciato a apprezzarla per il suo spirito e per la sua allegria.”
La contessa alza gli occhi al cielo e sembra riflettere. Ne approfitto. “Mi parli di lei, quali erano i profumi che indossava in quegli anni?”
“Sono stata fedele per anni a un profumo che mi regalò Gabriele.” La guardo stringendo gli occhi nello sforzo per ricordare.

“D’Annunzio, Gabriele D’Annunzio,” lei ribatte spazientita, poi ritorna subito dolce e affabile.
“Fu lui a regalarmi per primo Contessa Azzurra del conte Giuseppe Visconti, che aveva fondato la Giviemme. Erano molto amici e Gabriele, sempre inseguito dai creditori, poteva attingere a piene mani, senza sborsare un quattrino, dalla Profumeria di Giuseppe. Ah, che buon profumo, fu l’essenza della mia gioventù, così elegante e così intenso. Sa che le ragazze di buona famiglia non potevano indossarlo perché ritenuto troppo audace? Io l’ho fatto conoscere nel nostro giro, ma mi dava fastidio che qualcun’altra lo indossasse. Volevo che fosse solo per me. Bene, caro, le ho raccontato un po’ della mia vita e delle mie amiche, sono stata troppo pettegola?”

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