Nasi

Villana per natura, gocciolante e starnutente, questa nostra superba appendice nasale, le cui differenti fattezze sono state poeticamente declamate in quaranta provocatorie e divertenti metafore da Cyrano di Bergérac nel capolavoro di Edmond Rostand (ma guai a sorridere o a nominare il sostantivo “naso” in presenza di Cyrano), spesso è entrata da protagonista nella storia. Blaise Pascal affermava: “Se il naso di Cleopatra fosse stato più grande, la geografia politica del nostro pianeta sarebbe mutata”. Lautréamont gli rispondeva: “Se la morale di Cleopatra fosse stata meno corta, la faccia della Terra sarebbe cambiata. Il suo naso non sarebbe per questo diventato più lungo”. Babilonia non sarebbe caduta se Zofiro non si fosse tagliato il naso e non avesse chiesto ospitalità ai Babilonesi incolpando Dario del misfatto. Impietositi da tanta malvagità, i Babilonesi accolsero tra le loro mura Zofiro, che la notte stessa aprì le porte all’esercito di Dario provocando così la distruzione della città. I Turchi (quante malvagità si sono raccontate sui Turchi) per contare i nemici morti mozzavano loro il naso, li mettevano sotto sale e li spedivano al Sultano.

Francesco I di Valois

Il naso è anche stato protagonista di una quantità infinita di leggende tendenti a attribuirgli proprietà o caratteristiche improprie: non è vero, per esempio, che la capacità olfattiva sia proporzionata alla dimensione del naso, né che altri attributi siano condizionati dalla sua grossezza. Maometto, Gregorio XVI, Mazarino, San Carlo Borromeo erano tutti nasoni, ma nella maggior parte dei casi non eccelsero nel fiuto e usavano il letto soprattutto per riposarsi. Altri uomini famosi ebbero la loro casata cucita al naso: il cardinal Nasalli, Nasar, ammiraglio bizantino che sconfisse la flotta saracena, Diego Naselli dei principi d’Aragona, Oberto Nasello, cancelliere genovese, Giuseppe Nasi duca di Nasso, Francesco Nasini e Francesco Nasocchio, rispettivamente artista e storico, Sebastiano Nasolini, compositore, Pietro Nason, pittore, Giovanni Naso, giurista di Palermo. Personaggi celebri, poi, hanno posseduto un naso che non passava inosservato: quelli di Napoleone e di Dante erano “a falchetto”; a Francesco I venne attribuito il soprannome di “re Nasogrande” e Ovidio è anche conosciuto dagli studenti come Publius Ovidius Naso. San Luca, ancora, descrive il naso della Vergine Maria “lungo e aquilino” e Scipione per il suo grande naso veniva chiamato Nasica.

Lo scrittore russo Gogol’ nel 1832 scrisse un racconto surreale in cui un funzionario del governo una bella mattina si svegliò senza naso. Dopo accurate ricerche scoprì che il naso, dal quale una volta respirava, aveva ora un corpo e una vita propria, addirittura aveva fatto carriera nell’amministrazione surclassando il vecchio proprietario.

Ma per noi che amiamo e curiamo il nostro naso, sia esso a patata, aquilino, greco, gobbo, carota, peperone, alla francese o gnocco, delicatamente soffiando in ovattati fazzolettini di morbida carta quando è raffreddato e che inorriditi fuggiamo dagli ambienti fumosi e tossici per non irritare le sue delicate mucose, esso è strumento di delizia e non sentiamo imbarazzo nell’estasiarci e nell’aspirare profondamente, con evidenti sintomi di sacrilega voluttà, tra la sorpresa dei profani, profumi e odori ogni qual volta vaganti molecole odorifere accarezzano le nostre narici.

Quanti odori può rilevare l’apparato olfattivo dell’essere umano? Tremila, sembra. Una cifra enorme, se si pensa a quanti ne possono discernere gli altri sensi. Non può neanche lontanamente giungere a tale traguardo il gusto, che ha bisogno, tra l’altro, dell’olfatto per completarsi (quando si ha un forte raffreddore non si gustano i cibi), o l’udito, che spesso, se non è associato alla vista, non sa distinguere o riconoscere un rumore. Ma rappresentano comunque una quantità minima rispetto agli odori che percepiscono gli animali. I salmoni, che dall’oceano risalgono i fiumi per andare a deporre le uova nello specchio d’acqua che li ha visti nascere, vengono guidati dall’aroma dell’acqua natìa. E l’odore è talmente forte che basta un microscopico rivolo, anche se inquinato da sostanze che al momento della loro discesa al mare non esistevano, per riconoscere la strada. Le cronache poi sono ricche di episodi in cui cani e gatti ritrovano il padrone lontano centinaia di chilometri, dopo giorni o mesi dal momento dell’abbandono. Basta che una molecola olfattiva vagante portata dal vento colpisca una cellula della loro mucosa nasale per far arrivare il messaggio, spesso rievocativo, al cervello indicando la provenienza e la via da percorrere.

Le persone che hanno il dono non comune di saper utilizzare al massimo le delicate cartilagini del loro apparato odorifero vengono spesso impiegate nell’industria profumiera per creare nuove essenze. I Nasi (quale nome fu più appropriato?) per svolgere il loro lavoro usano, con la capacità e l’esperienza derivata da anni di duro praticantato, la loro appendice olfattiva per fiutare oli, essenze, odori e immaginare miscugli profumati. Già, perché un profumo nasce prima nella mente, e solo quando esiste la certezza della riuscita i Nasi si danno da fare con alambicchi e provette. Jean Charles ripeteva: “Un buon profumiere sente in anticipo il profumo che non è ancora, e che egli si propone di comporre”.

La leggenda che i profumi nascano casualmente mescolando dei composti è -appunto- solo una leggenda, come quella di cui fu protagonista Coco Chanel e che per anni imperversò nelle profumerie di mezzo mondo: entusiasti ammiratori la vollero casuale artefice del N°5 in un gioco di abbinamenti di varie essenze, tra la creazione di una collezione e l’altra.

Ma non occorre soltanto possedere “buon fiuto” per essere Nasi.

E’ necessaria anche una straordinaria memoria olfattiva. Il Naso ha in mente centinaia di odori, e di ogni odore la trasformazione (fresco o passito), il grado e la percentuale di soluzione in cui è meglio esaltato. Non solo, ma dall’esalazione profumata di un campione di gelsomino, per esempio, deve anche saper riconoscere l’anno in cui il fiore è stato raccolto. La razionalità lavora in simbiosi con l’istinto, la mente con l’olfatto. Perché queste possibilità siano al meglio potenziate occorre un addestramento continuo e, soprattutto, un aggiornamento costante. Infatti i laboratori di prodotti sintetici sfornano settimanalmente nuovi odori che, curiosamente, non hanno corrispondenza in natura. Sono derivati dalla compressione di gas, distillazione di derivati del petrolio, fusione di materiali inerti. Utilizzando queste nuove sostanze, i Nasi possono innescare una possibilità infinita di combinazioni.

E sono queste combinazioni a far sì che si possa distinguere l’artista dall’artigiano. In principio l’opera nasce quasi sempre da una sensazione, un turbamento, un suono. La lettura di un libro o la visione di un paesaggio in una particolare ora del giorno possono fornire l’innesco, e da un’associazione di idee, di ricordi, di emozioni ecco spuntare l’embrione di una nuova profumazione. Il romanzo Vol de Nuit dello scrittore e aviatore Saint-Exupéry ispirarono a Guerlain l’omonimo profumo ‘Vol de Nuit’, e una passeggiata sotto la pioggia suggerì a André Fréyesse ‘Arpège’. Il Naso crea come fa il musicista o il pittore, combinando caratteristiche o immaginando colori, con tocchi leggeri, accordando note olfattive dolci, estreme, violente, amare, assaggiando o accarezzando la molecola profumata risolutiva, e spesso, con la determinazione di chi ama la perfezione, ritornando all’idea originale dopo aver distrutto un lavoro già compiuto.

Chi sono o chi sono stati i migliori Nasi? Guillaume Hanoteau ne elenca alcuni: Jean-Jacques Guerlain, Edmond Roudnitska (Femme di Rochas, Eau Sauvage di Dior, Ma Griffe di Carven), André Fréyesse (Arpège di Lanvin), Paul Vacher (Sortilège di Le Galion), Guy Robert (Madame Rochas e Audace di Rochas, Calèche e Equipage di Hermès), Michel Hi (Calandre di Paco Rabanne), Jean Kerléo (Mille di Patou).

Non viene citato Ernest Beaux (N°5 di Chanel), né tantomeno gli Italiani. Infatti, più che artefici di nuove profumazioni, gli Italiani -quando non si è persa memoria del loro lavoro- vengono soprattutto ricordati per l’attività imprenditoriale: Pietro Bortolotti, Lodovico Borsari (la sua Violetta di Parma fu la trasformazione di una formula già in uso alla corte della duchessa Maria Luigia di Parma), Ferdinando Pozzoli (Casa di Profumo Jannot), Guglielmo Linetti, Leopoldo Pira (Casa di Profumo Niggi). Certo che chiamarli “Nasi” suona per i Francesi (che si definiscono i migliori del mondo e che non gradiscono attribuzioni di parentele spesso indesiderate) come un’offesa. In effetti i nostri Nasi-industriali erano, nella maggior parte dei casi, portati alla realizzazione di blande colonie o lavande, di facile smercio e di costo contenuto. Ciò non toglie che nella storia della Profumeria italiana anonimi artisti si siano cimentati nella creazione di impegnative profumazioni di grande successo, che però non superarono i confini nazionali. Non è rimasta memoria, per esempio, dei creatori di Contessa Azzurra della Giviemme, o di Nina sorridi e Dimmi di sì (sempre della stessa Casa), Taffetas o Schu di Schuberth, Orchidea Nera di Satinine, Ca’ d’Oro di Vidal, o Paradiso Perduto di Paglieri, se non nel ricordo dei diretti protagonisti.

Come si diventa Nasi? Purtroppo non esistono in Italia scuole che educhino i giovani agli odori, né vecchi saggi che selezionino i più “dotati” e formino nuove leve. L’unica possibilità per chi voglia intraprendere questa complessa attività è quella di frequentare laboratori di Profumeria per sviluppare il senso olfattivo e muovere i primi passi in industrie chimiche o in fabbriche di prodotti sintetici. Non si conoscono Nasi “self-made-men” usciti dalla cucina o dal garage di casa. Con pazienza, studio e capacità si possono ottenere ottimi risultati. E’ bene tenere sempre presente, comunque, che da qui a diventare Nasi famosi, creatori di essenze che rimangano nella storia, ce ne passa. Artisti si è, non lo si diventa.

C’è anche chi ha la fortuna di nascere in una famiglia di profumieri, e di avere dimestichezza fin da piccolo con sostanze odorose, ma non sempre questo è risolutivo per la formazione di un Naso. Per una dinastia Guerlain che tramanda di padre in figlio l’Arte profumiera, quanti figli di grandi Nasi hanno trovato il loro giusto percorso professionale avviando splendide carriere forensi o diventando commercialisti? L’antica Profumeria italiana è scomparsa anche perché i discendenti dei fondatori delle Case Profumiere si sono dedicati ad attività che nulla avevano a che vedere con la Profumeria.Tanto per citare qualche esempio dell’uno o dell’altro caso: Ernest Beaux (giudicato forse il più grande Naso di Francia assieme al vecchio Guerlain) era fratello minore dell’amministratore della Rallet, una delle società profumiere francesi stabilitesi a Mosca prima della guerra del 1914, e per tutta la vita aveva respirato profumi. Madame Couturier, una delle poche donne che si siano dedicate alla creazione di profumi raggiungendo fama internazionale (Coriandre è stato pensato da lei), era destinata alla Medicina. Durante l’occupazione tedesca i genitori le imposero di abbandonare l’università e di rimanere accanto a loro a Grasse. Trovò lavoro alla Rouve et Bertrand, ditta che riforniva i profumieri di materie prime, e qui si scoprì Naso quasi per caso.

Un naso di notevoli proporzioni, poi, può anche fare la fortuna del suo possessore: Jimmy Durante, il comico americano di origine italiana, seppe sfruttare con  profonda ironia le fattezze del proprio naso divenendo uno dei comici di maggior successo della televisione e del cinema..

Sorge spontanea una domanda: quanto guadagna un Naso? Oggi quasi la totalità dei Nasi è impiegata in società di prodotti chimici o istituti di cosmetica con la qualifica di tecnico o dirigente, e ogni Ditta segue le indicazioni sindacali. L’avventura dei Nasi indipendenti che nel proprio laboratorio immaginavano nuovi miscugli odorosi per poi venderli al miglior offerente, è quasi del tutto terminata. E’ finito anche il tempo in cui le Case di Profumo spedivano telegrammi ai vari Roudnitska o Beaux per sollecitarli alla creazione di un nuovo profumo, o si raccomandavano di essere i favoriti allorché il genio avesse composto una nuova essenza.

Oggi ogni laboratorio chimico dedito alla preparazione di sostanze odorose ha un Naso pronto per ogni richiesta e il prodotto finale non è di proprietà del suo creatore, ma della società per cui lavora; il merito del consenso di un profumo, poi, viene attribuito a diversi fattori, a volte più influenti della capacità di coinvolgimento dell’essenza stessa, e un tempo quasi del tutto sconosciuti: la pubblicità, il packaging, il testimonial, la distribuzione, e il Naso spesso rimane ai margini del successo. Ciò non vuol dire che gli manchino soddisfazioni, anche perché creare è la massima gratificazione cui può tendere l’essere umano.

Per terminare questo piccolo trattato sul naso mi piace ricordare un divertente aneddoto di cui fu protagonista lo scrittore Hippolyte Lucas, autore della monumentale opera ‘Histoire des guerres civiles de France depuis les temps mérovingiens jusqu’à nos jours’, pubblicata nel 1847. Lucas era noto, oltre che per i suoi scritti, anche per il suo  naso. Afflitto da un tremendo raffreddore, stava giocando a scacchi con Louis Desnoyers e di tanto in tanto starnutiva senza prendersi la briga di soffiarsi la lunga proboscide gocciolante, finché Desnoyers sbottò: “Amico, soffiatevi il naso!” “Soffiatemelo voi!” gli rispose Lucas, “non vedete che il mio naso è più vicino a voi che a me?”

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